Cinzia Fumagalli

Cinzia Fumagalli ha 51 anni ed è nata a Lecco. Si è avviata alla carriera culinaria frequentando la scuola alberghiera di Ponte di Legno (Brescia) e successivamente (e fino al 2014) è docente di cucina del Centro Formazione Professionale Alberghiero CFPA di Casargo (Lecco), soprannominata affettuosamente “La Prof” (fonte Lecco Today). Lavorativamente, è chef presso il ristorante La Bussola di Ballabio (Lecco), esperienza cui seguirà quella romana.

La svolta avviene proprio con la partecipazione a Top Chef, in cui dimostra subito un’incredibile empatia col pubblico, figlia anche del suo modo di fare schietto, a volte un po’ sbrigativo in quel modo che solo i lombardi sanno abbinare alla simpatia naturale. Dopo il quarto posto nella seconda edizione del programma, Cinzia viene invitata anche alla “rivincita” della Top Chef Cup, che un po’ a sorpresa va addirittura a vincere.

Come nasce un tuo piatto?

per tanti colleghi il piatto nasce mettendo insieme una serie di deduzioni logiche, scaturisce da una idea. Io invece mi lascio trasportare dai colori e dagli abbinamenti delle tinte. La mia grande conoscenza degli alimenti mi permette di “pensare a colori” i miei piatti.

C’è un piatto che hai creato che non vorresti mai togliere dal menù?

Il mio menù è sempre nuovo e in continua metamorfosi, anche perché faccio sinceramente fatica a ricordare i piatti che creo, composti di intuizione ed emozioni colorate. Sembrerà strano, ma si può davvero dire che io…non ho un menù!

La cucina è sacrificio e duro lavoro qual è il lato piacevole?

Per me la cucina non è un lavoro, io non vado a lavorare…vado e mi diverto! La stanchezza c’è, ma quando c’è la passione si tratta sempre di una stanchezza buona, positiva.

C’è un ingrediente che non manca mai nella tua cucina?

Il rosso! O comunque un colore forte, acceso, sgargiante. Le tinte smorte, i colorini pastellini non mi appartengono proprio! Inoltre, più gli ingredienti sono strani più mi attirano. Tra un gambero rosso e un pipistrello…io sceglierei subito di cucinare il pipistrello, senza nemmeno pensarci sù.